LA CONTEMPORANEITÀ DELL’ARTE
di Bruno Corà
Nelle precedenti Biennali della scultura tenutesi a
Carrara, ma anche in quelle che si possono osservare in
giro per il mondo, a Sidney o Dakar, all’Avana o Berlino o
altrove, si rinnova la consuetudine di compiere una ‘lettura’
delle fenomenologie plastiche e degli elaborati
artistici a partire da ‘temi’ o da ambiti temporali con i
quali giustificare le presenze degli artisti invitati e le
stesse ipotesi critiche ordinative.
Questa XII edizione
della Biennale di Carrara, mutando ottica, prende avvio
da un presupposto estetico teso a riconoscere nell’opera
d’arte, esito di un’esperienza artistica, un dato tendenzialmente
sovratemporale, in base al quale l’opera
stessa, l’artista, ma anche il fruitore, partecipano a un
‘continuo presente’ che li accumuna nell’attimo percettivo
sempre uguale, ancorché esso si compia di fronte a
creazioni artistiche di diversa epoca. D’altronde, nessuno
può ingenuamente ritenere che le opere siano tutte
uguali, cioè che non vi siano differenze tra loro dovute a
dati cronologici, di natura storica, di concezione estetica,
di sensibilità e modi elaborativi connessi a circostanze e
condizioni materiali diverse tra loro nel tempo. Nessuno,
parimenti, può fingere di abolire la storia del lavoro artistico,
le date delle opere, la diversa genialità degli autori
e il costume che le ha rese possibili. Non si tratta di
questo evidentemente, quando a fini progettuali si fa
riferimento a una entità sovratemporale che sembrerebbe
quasi omologare tutte le opere d’arte tra loro.
Ciò
da cui si è inteso procedere nella concezione di questo
nuovo appuntamento per la scultura a Carrara riguarda
piuttosto una qualità raggiunta da ogni opera d’arte, un
‘non spazio – non tempo’ che giunge a sospenderla tra le
durate delle ‘cose’ e degli ‘atti’ d’esistenza, per essere
insieme a loro con un proprio autentico ‘spazio-tempo’,
inedito prima della nascita dell’opera.
A tale ‘continuo presente’ che nell’opera d’arte si
manifesta, pur provenendo le forme di cui è costituita
indifferentemente dal XVI o dal XXI secolo - in ogni caso
non senza la complice percezione umana - si è attribuita
la valenza di contemporaneità. In sintesi, la contemporaneità
dell’arte a cui si richiama questa
Biennale, dunque, è quella che ogni opera condivide
con l’altra in quanto creazioni compiute idealmente, e
ugualmente, se non per sempre, per una durata temporale
presumibilmente assai estesa, sostenuta dal
mito di un gesto. Nondimeno, il comportamento attivo
dell’osservatore di opere appartenenti a qualunque
epoca le ‘attualizza’ nella propria coscienza, ponendole
una accanto all’altra nella simultaneità dell’atto percettivo
e di giudizio, e avviando di fatto un’azzeramento
dello storicismo a favore di una consapevolezza criticopoetica
extratemporale.
Una tale premessa invita a una nuova riflessione sulla
forma, aspetto per il quale, recentemente, si sono sviluppate
alcune significative iniziative (1) e si è meditato
proprio in considerazione di essa sul rapporto tra le
opere di diversi artisti appartenenti a momenti storici e
talvolta ad epoche diverse. Mi riferisco alle celebrazioni
per i Cinquecento anni del Daviddi Michelangelo, tenutesi
al Museo dell’Accademia di Firenze, durante le quali
la mostra Forme per il David consentiva di aprire un
discorso sulla ’discontinuità’ linguistica tra un’opera
protomanierista, quale è il Davide alcune creazioni contemporanee
di Baselitz, Fabro, Kounellis, Morris e
Struth. Nel presentare l’episodio, in quella circostanza,
Antonio Paolucci scriveva: “Rispetto a cinque secoli fa è
cambiato tutto: sono cambiati i codici, i valori di riferimento,
i linguaggi espressivi, La discontinuitàdell’arte
di oggi rispetto all’arte antica è ormai da un secolo (dall’epoca
delle avanguardie) carattere distintivo del fare
figurativo contemporaneo. E allora perché il confronto?
Perché vogliamo che il pubblico internazionale che frequenta
l’Accademia sia percosso da due ineludibili
argomenti. Vogliamo che rifletta su una constatazione e
su un interrogativo. La constatazione è quella, appunto
della discontinuità. L’arte di oggi rispetto all’arte di ieri
è un’altra cosa, nel senso che è un’altra lingua, un’altra
gerarchia di valori, un altro sistema simbolico.
L’interrogativo è più cruciale. Una volta constatata la
discontinuità, esiste una continuità (e se sì di che tipo)
fra la cultura del passato di cui il Museo è la vetrina e
l’archivio e la cultura di oggi? In altre parole può (e se sì
come) un uomo o una donna di oggi “capire”
Michelangelo e “capire” anche Kounellis e anche
Baselitz e Morris e Fabro e Struth? (…) Si dirà che questa
mostra è una provocazione (qualcuno parlerà di profanazione)
ma oportet ut scandala eveniantse servono
a riflettere e a capire”.(2)
L’azzardo assunto da Paolucci e
dalla direzione del Museo dell’Accademia ha dimostrato
che l’iniziativa aveva un fondamento efficace a giudicare
dall’eco internazionale suscitato dalla mostra e
dalle numerose attività di riflessione critica sviluppatesi
attorno ad essa con larga partecipazione di artisti,
studiosi e pubblico di diversa formazione, per diversi
mesi. Ma quell’evento consentiva anche, a chi scrive, di
tracciare un sintetico percorso storico-critico al quale
oggi si rimanda (3), nel quale, soprattutto per le vicende
plastiche successive all’Ottocento, si scandivano alcuni
passaggi cruciali ove poter cogliere gli snodi di una
‘crisi della forma’ che pur nella ‘discontinuità’ dei salti
linguistici verificatisi attraverso contributi determinanti,
a partire dall’opera di Medardo Rosso per giungere a
quella di Lucio Fontana, costituiva il terreno di sviluppo
comune a numerose delle esperienze artistiche presenti
in questa Biennale, soprattutto nella mostra
Alveare presso l’ex Convento di S. Francesco.
Il contributo al dibattito sulla ‘crisi della forma’ continua
ad avere, ‘in primis’ nelle opere degli artisti e successivamente
nella riflessione critico-estetica, sempre
nuovi pronunciamenti e, per le ipotesi di sincronicità,
anteposte all’indirizzo di questa Biennale, appare congruo
registrare una posizione estetica secondo cui i
processi di formazione dell’opera d’arte s’arrestano in
una ‘forma’ che l’artista ritiene ‘riuscita’. «Dunque, il
processo di formazione si ferma in un limite, oltre il
quale non si deve andare perché, come si dice nel linguaggio
comune, “va bene così, non si deve assolutamente
più toccare.” In questo limite il significato (narrazione),
che è tempo, quindi movimento, mutamento,
divenire, si ferma in una forma ormai immodificabile,
perché riuscita: e il limite dove il signficato (narrazione/
tempo) coincide con la forma, è esso stesso forma,
pur conservandosi come significato (narrazione/tempo)
(…) Per cui: Il tempo si ferma, pur rimanendo tempo(…)
Dunque: “ L’opera d’arte è tempo fermo”» (Calligaro).(4)
Ma se i concetti di ‘presente continuo’ e di ‘tempo
fermo’ non sono proprio la medesima cosa, essi tuttavia
concorrono entrambi alla individuazione di quella
sospensione che nella forma sopravviene allorché il
suo artefice interrompe ogni atto e ‘fornisce’ l’opera
alla fruizione.
In considerazione dell’assunto secondo cui molte opere
d’arte, a partire dalla nozione di ‘opera aperta’, e dalla
facoltà partecipativa dell’osservatore, si attuano pienamente
proprio dal momento in cui esse incontrano l’azione
percettiva del fruitore, sembrerebbe qui ingenerarsi
una contraddizione con i concetti di “presente continuo”
e ancor più di “tempo fermo” dell’opera. Ma così
non è, al contrario, anzi è proprio a questo punto della
riflessione che le due facce della medaglia, l’opera d’arte
e il suo fruitore, condividono il terreno comune di una
temporalità fatta di attualità. Infatti sia le opere tra loro
– in virtù dell’arresto del tempo di cui ognuna è capace,
esibendo una sostanziale equivalenza extratemporale –
sia i loro fruitori (oggi, noi stessi), in grado di godere
della loro diversità in stato di simultaneità, calcano tutti
il medesimo terreno di una contemporaneità dovuta al
prodigio dell’arte.
In tale contesto, sembra opportuno richiamare alcune
limpide osservazioni di Giulio Paolini, là dove afferma:
“l’artista abita un presente illimitato, il suo traguardo è –
sempre e soltanto – l’opera, distolta da qualsiasi implicazione
di senso e di ruolo”, oppure “l’artista e l’opera
sono complementari, non consequenziali. Così, come
per l’opera sarà essenziale, per dirsi esistente, cogliere
lo sguardo che la rivela (sia esso dell’autore o dello spettatore),
allo stesso modo all’artista è necessaria, a prova
della sua stessa salvezza, la scoperta di qualcosa (l’opera)
che gli consenta di guardare”. E inoltre dichiara
Paolini “Il tempo non esiste. Ancor meno le epoche … E
lo spazio? Come potremmo dire di conoscerlo, se non
riusciamo neppure a vedere – dal di fuori – il nostro
sguardo? Brevi frasi, sussurrate tra sé e sé a fior di labbra
e ad occhi socchiusi, solennemente gratuite eppure
assolutamente innocenti, che potrebbero accompagnarci
nella visita ad un museo immaginario …”.5
Entro questa cornice problematica, le mostre concepite
per questa XII edizione della Biennale non ambiscono ad
esaurire la vasta possibilità di esplicitazione argomentativa
possibile, ma ne costituiscono solo un’esemplarità
del tutto consapevolmente parziale, poiché rispondente
alla sola responsabilità critica di chi le ha concepite.
Diviene così chiaro che le opere e gli artisti presenti in
questa rassegna sono chiamati a visualizzare con le proprie
qualità un grado di sensibilità idoneo a dar conto del
sentimento di un’ipotesi critica non certo dogmatica,
anzi sicuramente suscettibile di trasformazioni.
Le diverse sezioni della rassegna assumono pertanto
ciascuna una valenza funzionale a un più generale progetto
di coinvolgimento pubblico, poiché esse sviluppano
proposte espositive, sulle giovanissime generazioni
di artisti ancora attivi nei luoghi di studio deputati all’arte
in alcune delle Accademie europee, sull’arte contemporanea
ancorché ‘storica’ degli ultimi cinquant’anni,
sull’arte moderna dal Tacca al Canova e oltre, e sull’operosità
dei numerosi laboratori del marmo e non solo
esistenti a Carrara.
Con questa Biennale, di fatto, si schiudono a Carrara le
premesse della creazione di un nuovo Centro internazionale
delle arti plastiche nell’ex Convento di S,
Francesco, in un frangente in cui la città orienta i propri
sforzi nel dotarsi di un sistema museale coordinato che
coniughi al nuovo Centro il Museo del Marmo e il Parco
di scultura della Padula, nonché tutte le altre realtà
espositive e di conoscenza dell’arte esistenti nell’antico
centro apuano, prima fra tutte l’Accademia di Belle Arti.
L’elevato numero di opere e di presenze artistiche convocate
in questa occasione e le numerose collaborazioni
che hanno suscitato sono anche il segno di una volontà
di crescita culturale e civile di un territorio storicamente
vincolato al lavoro artistico, che nell’ Alveare– la
goethiana ruche d’or de l’invisible- identifica un modello
per una nuova polarità internazionale dedicata alle
arti plastiche e una grande ‘festa’ dell’arte e dei suoi
appassionati in un momento culturale che attende
segni positivi.
1. Forme per il David – Baselitz, Fabro Kounellis, Morris, Struth,mostra a cura di Bruno Corà, Chiara d’Afflitto, Franca Falletti,Galleria dell’Accademia, Firenze, 29 novembre 2004 – 4 settembre 2005.
2. Antonio Paolucci, presentazione, in Forme per il David, catalogo della mostra, Giunti, Firenze, 2004, p. 8.
3. Bruno Corà,, Forme per il David: contributo sulla crisi della forma,in Forme per il David, cit., pp. 49-127.
4. Renato Calligaro, Procedimenti tradizionalista e modernista, in Tempo Fermon. 2, luglio 2003, Campanotto Editore, Pasian di Prato (UD), 2003.
5. Giulio Paolini, Non dirò nulla, appunti per una conversazione su Lucio Fontana, Galleria Comunale d’Arte Moderna, Bologna, 1988, in G. Paolini, Suspense – breve storia del vuoto in tredici stanze,Hopefulmonster, Torino 1988, p. 122.
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